Ci vuole pazienza ed umiltà per leggere "L'eleganza del riccio" il caso letterario francese del 2006 scritto da Muriel Barbery, ex docente di filosofia presso un Institut universitaire de formation des maîtres (Istituto universitario di formazione degli insegnanti) ed ora allegramente residente a Tokyo.Dico che ci vuole pazienza perché è un libro di 320 pagine con una dinamica che si riduce a 30, pieno di voli pindarici un po' fini a se stessi e di digressioni filosofiche a volte sul nulla; e dico che ci vuole umiltà perché fin dall'inizio si rivela una debolezza, cioè l'aver affidato ad un espediente grafico la distinzione delle due protagoniste che narrano in prima persona.
In pratica abbiamo capitoli in cui racconta Renée, la prima protagonista, scritti in Times New Roman, che si alternano a capitoli scritti in Arial, quelli in cui prende la parola Paloma, la seconda protagonista. Sarebbe come se in scena la distinzione dei personaggi si affidasse a parrucche di colore diverso, invece che alla loro personalità.
In realtà poi, Renée e Paloma, parlano e pensano nello stesso modo, e questo amalgama troppo le due figure, che sembrano replicate invece che distinte. L'autrice le vuole rendere anime gemelle ai fini della storia, e va bene, però ha messo fra di loro un abisso sociale e temporale troppo vistoso per fregarsene così totalmente delle loro differenze. Insomma, Renée è una portinaia ultracinquantenne che viene dalla campagna e Paloma è la figlia dodicenne di un primo ministro nella Parigi bene.
Che parlino entrambe esattamente come Cacciari mi sembra più un voler mostrare l'erudizione dell'autrice che non un dipingere come stravaganti queste due figure.
Io ci ho messo due mesi a leggere questo libro [due mesi per le prime 150 pagine, una notte per le altre 170] e nel frattempo l'ho tradito con altri sette romanzi, ma non ho mai pensato di abbandonarlo - forse anche perché questo libro me l'ha regalato un Riccio all'inizio di un'altra storia e ci ha messo sopra una dedica, e allora almeno a capire le ragioni di una delle due, di tali vicende, diventava qualcosa di simbolico per me, come un lieto fine.
Non ho pensato di abbandonarlo perché Renée, la protagonista in Times New Roman, la portinaia del palazzo signorile abitato da famiglie alto borghesi, ritiene fondamentale per la sua sopravvivenza rimanere, agli occhi del mondo, ben stretta nelle vesti sciatte ignoranti e scorbutiche del suo ruolo che, come nelle migliori tradizioni, la vuole vedova e con gatto, mentre in realtà, all'interno della sua guardiola, Renée legge romanzi saggi e trattati, quando esce va in biblioteche di filosofia medievale, ai musei e al cinema, e di continuo pensa sul Mondo, sulla Vita, sul Sapere, sulla Bellezza e sull'Uomo; però tiene costantemente la televisione accesa su un programma scemo, all'interno della sua guardiola, così quando si affaccia un idiota del mondo altoborghese abitante della palazzina, per chiedergli della posta o delle piante, sentendo la tv non si fa venire il dubbio che Renée si stia facendo una cultura.
La magia e il fascino di Renée stanno nella sua invisibilità.
Paloma invece, la protagonista in Arial, è una dodicenne disgustata da una famiglia ricchissima composta da: un padre primo ministro cinico e indifferente, una madre reginetta di qualcosa, socialista per convenienza e imbottita di antidepressivi, una sorella che si veste da abitante di banlieu solo per affettazione dei suoi studi filosofici e che ah!, geniale, "è un piccione di nome e di fatto", si chiama Colombe. Paloma progetta di uccidersi con i barbiturici della madre e dare fuoco all'appartamento simbolo della sua classe sociale.
Insomma, pur con tutti i limiti tecnici, abbiamo due personaggi come minimo curiosi.
Il deus ex machina della vicenda è un distinto signore giapponese, che compra un appartamento nella palazzina, e diventa l'anello di congiunzione fra le due protagoniste.
Devo dire che ho anche riso, leggendo questo libro:
"mi pare che solo la psicanalisi possa competere con il cristianesimo nella predilezione per le sofferenze prolungate" dice Paloma quando sua madre festeggia i dieci anni di analisi;
e ho riflettuto, anche, quando Renée si trova per caso a sfogliare la tesi di filosofia di Colombe, qualcosa di così cavilloso e autoreferenziale da far dire alla povera portinaia, svegliata alle 7 del mattino per essere avvertita del pacco in arrivo:
" questo è il funzionamento dell'università: se vuoi far carriera prendi un testo secondario ed esotico, ancora poco studiato, ricercavi un'intenzione che nemmeno l'autore vi aveva visto, deformalo a tal punto da farlo sembrare un testo originale, consacra un anno della tua vita a questo gioco indegno a spese di una collettività che si sveglia per te alle 7."
insomma, Renée arriva a dire che la filosofia è la divagazione della ricerca.
Non vi arrendete ai limiti del libro, che rivendica la stessa umiltà della sua vera protagonista, Renée, e poi sorprendetevi alla fine, quando con un tocco di pura maestria l'autrice ribalta i limiti tecnici del doppio punto vista in prima persona, potendosi permettere sia il lusso di trascinare la storia oltre il punto del non ritorno di un colpo di scena decisivo, sia di scrivere due finali, contigui e opposti.
Non più testa o croce, ma testa e croce nel finale, che in ultima analisi è sempre ciò che determina il giudizio sul libro.
Nessun libro per me è stato tanto doppio come questo.
Nel gioco di parole, nella trama della storia, nell'intreccio con chi me l'ha regalato.
Forse la mia storia, da cui è partito questo libro, era accessoria al libro stesso.
Forse non avrei mai letto "L'eleganza del riccio" se un Riccio non me l'avesse regalato.
Mi piace pensare che ogni libro è anche la storia di come è arrivato a noi.

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