lunedì 27 dicembre 2010

IO NON HO PAURA

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autore: Niccolò Ammaniti
prima uscita: 2001
casa editrice: Einaudi
prezzo: 11 euro
sinossi:
voto: 7










Niccolò Ammaniti è uno di quegli scrittori italiani che, insieme a Paolo Giordano, Margaret Mazzantini, Alessandro Baricco, Tiziano Scarpa, Silvia Avallone e molti altri, ha ammaliato le giurie del Campiello e dello Strega e imbestialito i critici letterari.
C'è una certa categoria di lettori che sistematicamente ignora e disdegna questi scrittori, i cui volumi pubblicizzatissimi vengono esposti a modo di ripetizione seriale nelle vetrine di tutte le più onorevoli librerie. Devo ammettere che io stessa, un po' per pregiudizio personale, un po' per assidua frequentazione di lettori snob come o peggio di me, ho spesso evitato questi autori, ancora più volentieri se a seguito del trionfo editoriale veniva la celebrazione cinematografica.
"Io non ho paura" ha tutte le credenziali perché un lettore come me lo scarti.
Niccolò Ammaniti ha vinto lo Strega ("Come Dio comanda", Mondadori 2007) e i suoi libri alla Feltrinelli non sono esposti con gli altri in ordine alfabetico, ma hanno la propria pila, in più Salvatores ha girato ben due film tratti dai suoi romanzi ("Io non ho paura", 2003  - "Come dio comanda", 2008).

"Io non ho paura" l'ho comprato alla stazione di Siena.
Era metà Settembre e l'estate sembrava non essere calata di un giorno, il tema uscito all'esame per la selezione del dottorato mi aveva colto del tutto impreparata, il proprietario dell'albergo mi aveva sbattuta fuori a tradimento, avevo sbagliato la direzione della navetta urbana - e così prima di arrivare alla stazione mi ero fatta il giro di tutto il territorio senese - e ovviamente avevo perso la mia coincidenza e dovevo aspettare un paio d'ore alla stazione per quella successiva.
Alla stazione c'era un'edicola e trascinandomi dietro la valigia senza ruote, pesante come una carogna, mi ero fatta un giro tra i pochi best-seller disponibili, e mi ero soffermata su un Einaudi stile libero, forse perché ormai la casa editrice spesso mi condiziona più degli autori, o forse perché quel caldo alto e fisso mi aveva così istupidita che non riuscivo a riconoscere altro che il caldo stesso, e quella copertina non evocava niente che identico caldo.
L'aspettativa di appagamento, comunque, era che il libro mi aiutasse ad addormentarmi durante il viaggio, per distogliermi dal pensiero della pessima figura d'essere stata la prima ad aver consegnato, in bianco, appena un quarto d'ora dopo l'inizio del tempo disponibile.
A distanza di pochi minuti diversi altri mi avevano seguita: tanto, ormai, l'ammissione di ignoranza portava la mia faccia.

"Va bene, lo compro. E' stata una giornata dura e dopo massimo venti pagine mi stanco, m'abbiocco e sogno quel che ho letto."
E invece è andata diversamente.

La storia è ambientata in un sud cristallizzato, ad Acqua Traverse, una frazione di quattro case in mezzo ai campi di grano.
Nessuno sa il perché di quel nome, acqua non ce n'è ad Acqua Traverse, a parte quella che porta l'autocisterna ogni due settimane.
E' il 1978, un'estate arroventata, che immobilizza gli adulti e li rinchiude sofferenti nelle case e permette ai bambini, più liberi che mai, di sconfinare oltre i campi già esplorati.
La storia si apre in una collina, con una gara a scalarla ed una penitenza.
Michele, un bambino di nove anni, onesto, curioso, responsabile, e più audace degli altri, nello svolgere una penitenza scopre qualcosa di orrido, favolosamente pauroso e per non dover condividere il suo tesoro con gli altri, tornando a casa in bicicletta non ne fa parola con nessuno. Per poter sostenere un segreto così terribile Michele si appella alle sue fantasie, agli eroi immaginari e tenta di spiegarsi ciò che ha trovato con le sue credenze di bambino, ma la vertigine della paura e la smania di conoscere lo spingono ad accertarsi di ciò che ha visto. Inizia così un andirivieni in bicicletta fra le quattro case di Acqua Traverse e il luogo della scoperta, e grazie alla potenza delle immagini evocate, la geografia dei luoghi della storia diventa molto nitida, mentre la consapevolezza di Michele cambia e si precisa ad ogni nuovo percorso da casa al luogo segreto.

Ascoltando e spiando i discorsi di suo padre e di tutti gli adulti di Acqua Traverse, che una notte si ritrovano nella sua cucina insieme ad un loro amico del nord, Michele si rende conto che l'orrore è reale, che la sofferenza è fisica e che la responsabilità della sua sconvolgente scoperta è degli uomini e non dei suoi mostri, e peggio ancora, la responsabilità è di tutti gli adulti di Acqua Traverse, e prima di tutto di suo padre.

I viaggi del nostro si fanno sempre più pericolosi, perché diventano avanscoperte per salvare quello che Michele capisce essere un bambino come lui, tenuto prigioniero in un buco scavato in cima ad una collina di grano; la narrazione si fa serrata e l'angoscia del lettore cresce man mano che Michele si avvicina alla verità, ma mentre oltre un certo punto il piccolo protagonista non riesce a comprendere il perché della segregazione del suo coetaneo Filippo, il lettore ha perfettamente intuito le dinamiche del sequestro e la tensione per l'ottenimento del riscatto. Lo iato che si crea tra il livello di consapevolezza del protagonista e quella del lettore, dà luogo ad una suspance che attanaglia entrambi per tutta la vicenda. Quando poi l'infantile e tragica vendita di un segreto per una lezione di guida, porta al faccia a faccia del bambino/liberatore con gli adulti/segregatori, gli eventi si fanno convulsi, finché Michele diventa il secondo corpo infantile su cui si sfoga la rabbia e la miseria degli adulti, in un finale che in qualche modo ricorda il mito di Temisto, che credeva di uccidere il figlio di un altro.

Questo libro si legge avidamente ed ha anche il pregio di poter essere perfettamente un libro per ragazzi: è infatti entrato nel canone scolastico, tant'è che andando ad indagare ho trovato molte testimonianze di adolescenti che hanno iniziato questo libro a scuola e poi l'hanno divorato.
Il film di Salvatores, poi, oltre ad avere una magnifica fotografia, trae il massimo risultato dalle potenzialità del libro ed attenua leggermente la tragicità del finale.

Una nota negativa è sull'uso dei tempi, a volte un po' estroso. Ammaniti narra in prima persona dal punto di vista del Michele di nove anni e usa il passato prossimo per dare una certa simultaneità alla storia, avvalendosi dell'imperfetto per le azioni continuative. A volte però nel bel mezzo di una sequenza il Michele bambino diventa Michele adulto e si mette a ricordare in trapassato prossimo alcune abitudini di quando era bambino, creando un'anteriorità temporale assolutamente illogica rispetto all'azione principale, quella a cui si riferisce la digressione, che è narrata in passato prossimo. E' come se si creasse un flash-back nell'anticipazione, come se il Michele adulto parlasse da un tempo anteriore a quello del Michele bambino. Questo crea un effetto abbastanza straniante e poco organico con gli strumenti e le finalità della narrazione scelta.
Forse, una velleità di troppo.



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